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L'OSPEDALE IERI
Sorto nel
sobborgo di Sant'Agabio probabilmente nella prima meta' del secolo
XI, l'Ospedale Maggiore della Carita' di Novara in origine era un
istituto di beneficenza dedicato a San Michele Arcangelo, da cui il nome
di "Casa di San Michele della Carita'". La benefica istituzione, retta dai
frati e dalle suore dell'Ordine degli Umiliati, fu originariamente fondata
con lo scopo di soccorrere i poveri, i vecchi invalidi e i pellegrini.
L'attivita' assistenziale venne rivolta alla cura dei
malati solo successivamente, a partire dalla fine del
Duecento. In quell'epoca il termine ospedale significava
semplicemente "ospizio" non deve quindi sorprendere che nell'Ospedale
della Carita' si provvedesse al ricovero e al mantenimento dei poveri, in
adempimento di obblighi derivanti da lasciti e da donazioni. Soltanto in
seguito l'assistenza dei malati costitui' lo scopo principale. |
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novaresi, a conferma dell'importanza assunta
dall'istituto nel contesto cittadino.
Nel Seicento gli
edifici originari, nel borgo di Sant'Agabio, furono demoliti e l'ospedale
si trasferi' nella sua sede attuale.
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Il nuovo edificio, sorto su progetto
dell'architetto Soliva, contemplava un cortile centrale, tuttora
esistente, intorno al quale si aprivano i piu' importanti locali
adibiti a ricovero dei malati ed ai servizi. Entro il recinto
dell'Ospedale, che fu inaugurato nel 1643, fu trasportata la
chiesa e la parrocchia di San Michele. |
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Su questa struttura, gia' a partire dal 1648 e poi
nei secoli successivi, si innestarono nuovi corpi e continuarono
gli ampliamenti, portando l'ospedale ad assorbire spazi urbani sempre piu'
vasti. Quest'espansione fu resa possibile grazie alla florida situazione
patrimoniale dell'istituto: fin dall'inizio della sua esistenza, infatti,
sono documentati donazioni e lasciti, alcuni dei quali molto cospicui, da
parte di cittadini novaresi a favore dell'ospedale.
All'abbellimento degli edifici provvide Stefano Melchionni nel
1822, con interventi di decoro architettonico sulla facciata
principale e sui lati esterni. Al Melchionni si deve inoltre il progetto
di ampliamento di alcuni corpi retrostanti il cortile Soliva, reso
necessario sia dallo sviluppo dell'attivita' dell'istituto, sia dalla
crescita della popolazione.
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In questi anni l'Ospedale inizia a farsi carico
anche del ricovero dei pazzi e dei malati di sifilide. Inizia ad
impiegare, accanto alle suore e ai religiosi, anche del personale
laico salariato, composto da alcuni medici e infermieri, da uno
speziale, da una levatrice e da alcuni addetti a lavori subalterni.
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Nella meta' dell'Ottocento, per rispondere alle
nuove esigenze della medicina sociale, ulteriori ampliamenti furono
affidati dall'amministrazione dell'ospedale all'architetto Alessandro
Antonelli. A lui si deve il grande edificio a " L" che, pur alterato
nella sua struttura originaria dalla costruzione della chiesa nel 1930,
rimane ancor oggi, insieme con il cortile del Soliva, il simbolo
dell'Ospedale.
Il progetto dell'Antonelli organizzò gli spazi
ospedalieri secondo criteri di funzionalita' ed esigenze igieniche che si
andavano facendo strada. Previde ampie sale aerate e piene di luce,
sfruttò in modo razionale gli spazi, anche quelli sotterranei, senza
tuttavia trascurare l'aspetto decorativo, ispirato allo stile neoclassico.
La fisionomia dell'ospedale incominciò ad assomigliare a quella
attuale, anche se seguirono altre vicende edilizie, che continuano fino ai
giorni nostri.
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